La Scarzuola: esperienza mistica,raccontata da sei amici

C’è sempre qualcosa di magico nelle nostre rimpatriate. Non sono dei semplici viaggi: sono ritorni, piccoli rituali di amicizia cuciti insieme da risate antiche, battute che non hanno bisogno di spiegazioni e tavolate dove il tempo sembra fermarsi.

Quella volta (ma come sempre) fu Angelo a proporre la meta. Parlava con un entusiasmo diverso dal solito, quasi trattenuto, come se temesse di rovinare una sorpresa troppo preziosa.
“La Scarzuola,” disse, lasciando il nome sospeso nell’aria.

Nessuno di noi la conosceva.

Arrivammo in Umbria attraversando colline morbide, di quelle che sembrano dipinte più che reali. Io, guidavo a tratti, mentre Enzo e Pasquale si alternavano tra battute e commenti sul paesaggio, Diocle — sempre pronto a criticare, ma con quell’ironia che alla fine faceva ridere tutti — trovava qualcosa da ridire anche sulle curve troppo perfette di quelle colline, e Gerardo, come sempre, ascoltava il mondo prima ancora delle parole.

Il paesaggio, già di per sé incantato, sembrava preparare lo sguardo a qualcosa di ancora più insolito. Poi, quasi all’improvviso, apparve.

La Scarzuola.

Non era un luogo da visitare. Era un luogo da attraversare con l’anima.

All’ingresso, il silenzio aveva una consistenza particolare, come se ogni passo dovesse essere calibrato per non disturbare qualcosa di invisibile. La Scarzuola non si rivelava subito: si lasciava intuire, frammento dopo frammento.

Un convento francescano antico, semplice, quasi austero. Si dice che proprio lì San Francesco d’Assisi avesse costruito una capanna con la “scarza”, una pianta palustre da cui il luogo prende il nome. Ma quello era solo l’inizio della storia.

Perché subito dopo, come in un sogno che cambia improvvisamente tono, appariva un’altra realtà.

Teatri impossibili. Scale che non portavano da nessuna parte. Simboli che sembravano parlare una lingua dimenticata.

Era una città dentro la città. Un teatro dentro la mente.

“Non cercate di capire,” disse una voce alle spalle.

Ci voltammo.

Era lui.

Marco Solari.

Il custode, il creatore, l’anima viva di quel luogo. I suoi occhi avevano quella luce particolare di chi non si limita a vedere il mondo, ma lo reinventa. Parlava con una calma quasi irreale, come se nulla potesse davvero turbarlo; eppure ogni parola veniva spezzata da una risata a bocca aperta, improvvisa e inconfondibile, che sembrava nascere da un luogo tutto suo, rendendo il suo modo di esprimersi tanto disarmante quanto indecifrabile

“La Scarzuola non si spiega. Si vive.”

Ci guidò tra le costruzioni come se stesse raccontando un sogno che continuava da decenni. Ogni struttura era un simbolo: il teatro della vita, il viaggio interiore, la caduta e la rinascita. Nulla era casuale, eppure tutto sembrava sfuggire a una logica lineare.

A un certo punto Enzo, incapace di resistere troppo a lungo al silenzio, provò a chiedere:
“Ma qual è il significato di tutto questo?”

Solari sorrise appena….

“Dipende da voi. Questo è uno specchio. Non guardate quello che c’è… guardate quello che vi succede mentre lo guardate.”

E così accadde qualcosa di raro.

Per una volta, noi — Angelo, Enzo, Pasquale, Gerardo, Diocle e io — sempre pronti alla battuta, al ricordo, alla risata — tacemmo.

Ognuno perso nei propri pensieri, tra quelle architetture sospese tra sogno e realtà. Il tempo sembrava essersi piegato. Non c’era più fretta, né bisogno di riempire il silenzio.

Solo presenza.
Solo meraviglia.

Quando uscimmo, il sole illuminava ancora le colline umbre. I colori erano più intensi, come se anche il paesaggio fosse cambiato.

O forse eravamo cambiati noi.

Angelo ci guardò, cercando una reazione. Nessuno parlò subito. Poi, lentamente, Pasquale scoppiò a ridere.

E come sempre, bastò quello.

Le risate tornarono, i racconti si riaccesero, la fame si fece sentire. Gerardo commentò qualcosa a mezza voce, Enzo rincarò la dose, e Diocle — naturalmente — trovò il modo di criticare anche il silenzio che avevamo appena vissuto… salvo poi sorridere per primo.

E in un attimo eravamo di nuovo noi.

Ma qualcosa, dentro, era rimasto in silenzio. Un piccolo spazio nuovo, difficile da spiegare.

Quella sera, seduti a tavola davanti a piatti abbondanti e bicchieri colmi, capimmo che non era stata solo un’altra rimpatriata.

Era stata un’esperienza.

Di quelle che non si raccontano davvero.

Di quelle che, come la Scarzuola, continuano a vivere dentro di noi anche quando ce ne siamo andati.


Una risposta a “La Scarzuola: esperienza mistica,raccontata da sei amici”

  1. Avatar Domenicantonio Guarino
    Domenicantonio Guarino

    E’ una bella storia

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