Rielaborazione surreale del Giardino dei Mostri di Bomarzo

Ci sono canzoni che non si limitano a essere ascoltate, ma si fanno attraversare. Centro di gravità permanente è una di queste: un brano che, sotto l’apparente leggerezza del ritmo e delle immagini eccentriche, custodisce una domanda antica quanto l’uomo stesso — dove trovare stabilità in un mondo che cambia continuamente?
Il testo si muove come una mente inquieta, saltando tra riferimenti culturali, filosofici e geografici. È un flusso disordinato solo in superficie, perché in realtà riflette perfettamente la condizione interiore di chi cerca un punto fermo mentre tutto scorre. L’io narrante sembra perdersi tra mode, ideologie, influenze esterne, quasi a voler mostrare quanto sia facile smarrire sé stessi inseguendo ciò che è fuori.
E poi, improvvisa e limpida, emerge la dichiarazione: la ricerca di un centro di gravità permanente. Non un luogo fisico, ma uno stato dell’essere. Un equilibrio interiore che non venga scosso dagli eventi, dalle opinioni altrui, dalle oscillazioni emotive. È il desiderio di una coscienza radicata, capace di osservare il caos senza esserne travolta.
Questo centro non è qualcosa che si costruisce accumulando conoscenze o esperienze esteriori. Al contrario, il brano suggerisce un movimento opposto: una sottrazione, un alleggerimento. Liberarsi delle sovrastrutture, delle identificazioni provvisorie, delle “correnti” che ci trascinano lontano dalla nostra essenza. È un invito a tornare a ciò che è semplice, essenziale, autentico.
La spiritualità che emerge non è dogmatica, ma esperienziale. Non indica una via precisa, ma accende una consapevolezza: finché cerchiamo stabilità fuori da noi, resteremo in balia del cambiamento. Il vero centro, invece, è silenzioso, immobile, sempre presente — ma spesso dimenticato.
In questo senso, la canzone diventa quasi una meditazione in forma musicale. Ci ricorda che l’identità non è ciò che accumuliamo, ma ciò che rimane quando smettiamo di inseguire. E che forse, quel centro tanto desiderato, non va trovato… ma riconosciuto.
Perché esiste già, sotto il rumore del mondo e sotto il nostro stesso rumore interiore.
E quando lo sfioriamo, anche solo per un istante, tutto si riallinea: il caos diventa danza, il cambiamento diventa ritmo, e noi smettiamo di oscillare.
Diventiamo asse.
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